Visitare il Kenya almeno una volta nella vita

Visitare il Kenya almeno una volta nella vita

Oggi vogliamo raccontare l’esperienza di Lucia, una viaggiatrice che ha deciso di partire in Africa esattamente in Kenya per vivere questa nuova esperienza a contatto con la natura.

Prima della partenza nel mio bagaglio culturale c’erano i colori e i profumi immaginati scorrendo le pagine di Sognando l’Africa, quei tramonti rosso fuoco, la calura che si alza come una nebbia dalla terra, quella terra che sembra quasi la polvere dei colori ad olio, il suono dei racconti in Swahili sussurrati e cantati nelle capanne di fango.

L’esperienza supera però addirittura le aspettative: i tramonti sono ancora più rossi di quelli che la fantasia più fervida possa costruire, soprattutto se al sole calante si assiste da una jeep nel bel mezzo della savana, coi capelli sporchi di sabbia rossa e le leonesse distese sotto agli alberi a riposarsi dalle fatiche della caccia. Vedere le loro pance piene sollevarsi al ritmo del respiro fa venire voglia di accarezzarle come se fossero dei gattoni domestici; poter osservare un cucciolo di elefante che si allontana al fianco della madre o guardarlo pranzando in un lodge vicino al lago dove si rotola coprendosi di terra per poi lavarsi nelle acque mi ha fatta sentire in un mondo lontano, quasi surreale, bellissimo. Dormire sentendo il ruggire dei ghepardi che cacciano durante la notte ha contribuito sicuramente; era come essere uno di quei documentaristi alla scoperta del mondo animale, o, forse, più una bambina curiosa e affascinata, con la voglia che venga presto mattina per ributtarmi sotto il sole cocente “solo” per avvicinare un coccodrillo.

Solo con un’esperienza del genere si può percepire la linea sottilissima che separa l’uomo dall’animale, un tempo mondi perfettamente integrati.

Scavando tra i miei ricordi, riaffiora anche la mattinata trascorsa su una canoa a precorrere un fiumiciattolo tra le radici enormi e plurisecolari delle mangrovie; le mie fobie da igienista sono svanite in un secondo quando, nonostante l’acqua marrone che entrava dal buco nel legno, i kenioti che remavano hanno iniziato a cantare, facendomi sentire parte di una tribù…e in una tribù sono finita davvero, dove il fondatore del villaggio, un omino di 90 anni alto poco più di un metro e quaranta e che non superava i 50 kili, con 49 figli e 20 mogli, mi ha invitata a ballare con loro una danza strana che ripercorreva la nascita della tribù, vestita con un gonnellino a frange.

Custodisco gelosamente questa esperienza unica, perché quella cultura ormai è dentro di me, non soltanto per le immagini viste, ma per le emozioni provate dinnanzi a un mondo così distante.

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